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Disinhibition effect: la base del crimine online

disinhibition effect

Il disinhibition effect è la tendenza a tenere comportamenti scorretti sul web in conseguenza di una ridotta inibizione sociale. Il costrutto è stato molto studiato in quanto si pensa che possa essere la base non solo dei comportamenti aggressivi e antisociali diffusi sul web, ma anche della tendenza delle vittime a condividere dati personali con più fiducia che dal vivo.

Conseguenze del disinhibition effect

Le conseguenze del disinhibition effect sono essenzialmente due:

  1. Tutti possiamo diventare cybercriminali. Anche il cyberbullismo, il revenge porn e il body shaming sono considerati almeno comportamenti scorretti e in alcuni casi anche reati. Dobbiamo stare molto attenti a non farci trascinare: molti casi giuridici sono partiti da ingiurie pronunciate sul web, anche verso personaggi celebri.
  2. Possiamo cadere più facilmente vittima dei cybercriminali. Sul web ci sentiamo più liberi di mostrarci e parlare di noi: potremmo diffondere informazioni preziose per gli hacker.
  3. Possiamo comportarci in modo più impulsivo. Il web manca della controparte fisica dei comportamenti. Potremmo affrontare spese, scambiare dichiarazioni d’amore o di interesse sessuale disinibite con più facilità che nel mondo fisico.

Le cause del disinhibition effect

Suler (2004) ha studiato le cause del disinhibition effect, identificandone sei:

  1. Anonimità dissociativa, o “Non sai chi sono io!” sul web abbiamo la percezione dell’anonimato. Dietro pseudonimo, ci sentiamo imprendibili e siamo pronti a rivelare aspetti importanti della nostra storia – o a lasciarci andare al flame. 
  2. Invisibilità, o “Non puoi vedermi”. sul web nessuno può vedere la nostra faccia e noi non vediamo quella degli altri. Questo è differente dall’anonimato: infatti funziona anche nei casi, come i Social Network, in cui non siamo anonimi. Non solo non possiamo vederci, ma non vediamo nemmeno l’altro: questo porta alla depersonalizzazione dell’interlocutore e a una riduzione dell’empatia. Anche Milgram nel suo celebre esperimento aveva dimostrato questo effetto: coloro che non vedevano la persona a cui dovevano somministrare la scossa elettrica, infatti, somministravano punizioni più forti (1961).
  3. Asincronicità, o “ci vediamo dopo!” una larga parte della comunicazione online è asincrona: a una risposta può seguire un silenzio anche parecchio protratto. L’assenza di feedback immediato ci fa perdere di vista il flusso della conversazione e la connessione emotiva con l’altro, che dovrebbe essere ricreata a ogni nuova interazione – non sempre efficacemente.
  4. Introiezione solipsistica, o “è tutto nella tua mente”! questo è una conseguenza dell’invisibilità. Non abbiamo una controparte “reale” immediata della nostra azione “virtuale”: perciò la persona con cui interagiamo assume nella nostra mente tratti simili a quelli di un personaggio letterario. Sappiamo relativamente poco di lui; siamo quindi portati a immaginarci ciò che ci manca. Inoltre, posso litigare con qualcuno e poi chiudere Facebook e tornare alla mia vita; vita che apparente non cambia in nessun modo. Questo ci porta a immaginare cosa facciamo in internet come qualcosa a cavallo tra realtà e immaginazione.
  5. Dissociazione immaginativa, o “è solo un gioco”. tutto questo porta a una ludicizzazione dell’esperienza web: siamo convinti che tutto quello che avviene in internet sia un gioco o uno scherzo, un “virtuale” che non è reale.
  6. Minimizzazione dell’autorità, o “siamo uguali!” il web è democratico e orizzontale. L’assenza di presupposti d’identità visibili porta a crederci tutti uguali, senza più gerarchie: i commenti negativi (in alcuni casi atroci) verso chi riveste cariche pubbliche ne sono l’esempio più lampante.

Il web come spazio

Un altro fatto importante è che ci sono dei luoghi preposti in cui accediamo a internet: quello che facciamo con lo smartphone o il pc è fatto nostro e ci innervosisce se qualcuno sbircia mentre siamo sui social. Questo porta a equivocare la natura di internet: esso, infatti, è a tutti gli effetti un luogo pubblico, anche se non lo percepiamo come tale. 

Koepsell (2000) infatti, parla di Cyberspace: lungi dall’essere un rimando fantascientifico, l’uso di questa parola dovrebbe farci riflettere su quanto il web sia a tutti gli effetti uno spazio, al pari di una piazza o una via. Inoltre, con gli ecommerce, l’Internet of Things e le truffe online, ormai dovrebbe essere chiaro che non esiste più una differenza tra reale e virtuale: il reale influenza il virtuale e viceversa. Possiamo acquistare un prodotto e vedercelo consegnare in qualche ora alla nostra porta; una nostra foto in un locale può comparire in tempo reale sul web dando anche una svolta alla nostra presenza online.

In sintesi

Cosa dobbiamo fare, dunque, per difenderci e non cadere vittima di questo effetto? La risposta è proprio nella parola Cyberspace. Dobbiamo infatti sempre immaginarci come all’interno di uno spazio in cui le azioni hanno lo stesso peso di quelle attuate negli spazi fisici. Prosaicamente, dobbiamo chiederci “lo faremmo anche dal vivo?” Solo così potremmo evitare le trappole della nostra mente e vivere felicemente nella piazza di Internet.

Dott.ssa Giulia Berta
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